venerdì 13 aprile 2012

Burzaco, Buenos Aires - agosto 2000



ITALO MAGOO III

Le mosche
(Versión del cuento de Horacio Quiroga)

Quando sfoltirono la foresta
L'anno scorso
Gli uomini abbatterono quest'albero
Che giace in un deserto di ceneri
E conserva (quasi intatta) la sua corteccia
Seduto, con il dorso appoggiato al tronco
Anch'io sto fermo
Immobile

In un punto della schiena
(Non so quale)
La colonna vertebrale mi si è spezzata
E così come sono caduto dall'alto
Rimango seduto
(Rotto, sarebbe meglio dire)
Contro l'albero rotto

Presto ho cominciato a sentire un ronzio
(Il ronzio della lesione al midollo, penso)
Che lo inonda tutto
Non posso più muovere le mani
Qualche dito riesce però a scorrere le cenere

Chiarissima e capitale
Mai se n'è presentata alla mia mente, deflagrante
Come un gran colpo assestato in silenzio
Una più netta verità:
Tra un instante morirò
Tutte le altre, fluttuano danzando
In un riverbero lontanissimo di un altro io

Ma quando?
In che istante quest'esasperata coscienza
(Di star vivendo ancora)
Lascerà il posto ad un quieto cadavere?
Nessuno si avvicina a questo terreno
E nessuno si avvicinerà...

Per l'uomo che è seduto lì
Così come per il tronco che lo sostiene
Le piogge si succederanno bagnando corteccia e vestiti
Il sole asciugherà licheni e capelli
Finché la foresta non ricrescerà di nuovo
Unificando alberi e potassio

Questa è la verità
E nulla nella serenità dell'aria la denuncia!
Ma per l'oscura animalità che resiste
Per il battito e il respiro minacciati di morte:
Che vale la verità, di fronte alla barbara inquietudine
Dell'instante preciso, che scoppierà come un petardo
Lasciando come unico residuo
Un ex uomo il cui volto guarda fisso, davanti a sé?

Il ronzio aumenta
Continuo
Si stende adesso sui miei occhi, un velo di densa tenebra
E poi vedo la porta della muraglia
Che circonda la piazza di un mercato marocchino:
Da uno dei battenti esce al galoppo sfrenato un branco di puledri bianchi...
Voglio chiudere gli occhi e non ne sono più capace
In una stanzetta d'ospedale quattro medici
Si ostinano a convincermi che non morirò

-Allora, dice uno, non le rimane altra prova per convincersi se non la gabbietta di mosche. Io ne ho una. Mosche verdi da punta, le affitto a prezzo modico.

Improvvisa si fa strada in me la rivelazione:
Le mosche!
Sono loro che ronzano!
Da quando sono caduto sono subito accorse
Hanno già fiutato la prossima decomposizione dell'uomo seduto
E volano tutto intorno senza fretta
Misurando con gli occhi le proporzioni del nido
Che la sorte ha offerto alle loro uova

Ma ecco che quell'ansia disperata di resistenza, si placa
Non mi sento più un punto immobile
Sulla terra
Radicato nel terreno
Da una pesantissima tortura
Sento che fluisce da me, insieme alla vita
Anche la leggerezza dell'aria che mi circonda
La fecondità dell'ora

Libero dallo spazio e dal tempo
Posso andare qui, lì, su quest'albero, su quella liana
Posso alzarmi e volare, e volo
E mi poso con le mie compagne sul tronco caduto
In mezzo ai raggi di sole
Che prestano il loro fuoco
Alla nostra opera
Di vitale rinnovamento

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